Le AOC francesi sono in pericolo?

Questo magnifico concetto inventato per proteggere le produzioni agricole locali dalle contraffazioni rischia di passare nelle mani dell’agribusiness.

 

Sono già passati 20 anni

Nel 1996 Alain Berger lasciava la direzione dell’INAO, l’istituto francese di tutela delle dominazioni d’origine che dipende dal Ministero dell’agricoltura. In un dossier pubblicato allora dalla rivista Que Choisir, aveva infatti suscitato la polemica. Indicare che certi prodotti AOC non meritassero di esserlo, non era probabilmente accettabile per l’istituzione. Tuttavia, certi, come la rivista Le Rouge & le Blanc andavano già in questa direzione. Dato che le denominazioni si moltiplicavano (oltre 400 per i vini), queste diventavano incomprensibili per il consumatori. E soprattutto, tutti i viticoltori volevano produrre un’AOC, per vendere più facilmente ad un consumatore sempre più disorientato. Quindi, grazie ad una regolamentazione che consente sempre più vini “tecnologici”, ma senza anima, i prezzi della grande distribuzione sono crollati (del Bordeaux a meno di 3€ !).

 

Una situazione che peggiora…

Nel 2008 l’INAO ha lanciato un processo di revisione della totalità dei disciplinari delle denominazioni: più strutturati, più “moderni”, ma che permettono sempre più di prodotti chimici in vigna (pesticidi…) così come in cantina (oltre 130 apporti autorizzati sia per i “Vin de France” che per gli AOC). Pertanto la situazione è continuata a deteriorarsi. Gli enologi e gli industriali del vini sono al comando e i vini AOC perdono sempre più il loro carattere. Notiamo che l’enologo, che consiglia il viticoltore, gli vende spesso dei prodotti da utilizzare. Si potrebbe immaginare un medico che vende le medicine? Infine i viticoltori sono spesso presi dalla morsa dei buyer della grande distribuzione che effettua la maggior parte degli acquisti. Non sono pertanto spronati verso la qualità. Ora si può trovare del Bordeaux a 1€… o dello champagne a meno di 10€. Una tendenza simile si può notare negli altri settori dell’AOC come quello dei formaggi.

 

Un’evoluzione necessaria

Di conseguenza certi viticoltori escono deliberatamente dalle denominazioni della loro regione per fare il vino che amano (ad eccezione di quelle più in espansione come Saint-Émilion, Champagne, Châteauneuf-du-pape…). Sarà necessaria una riflessione più ambiziosa sul materiale vegetale autorizzato (scelta dei porta innesti, vitigni, densità della piantagione), ma anche sui cloni che possono essere utilizzati o meno (i lotti aventi un solo clone danno vini che possono mancare di complessità). L’utilizzo di lieviti indigeni per la fermentazione invece di lieviti standardizzati è un altro aspetto del “terroir” di cui si è disinteressato l’INAO (i lieviti standardizzati danno dei vini più uniformi). Infine in alcune denominazioni meridionali sta per mandare in frantumi il tabù dell’irrigazione, che era totalmente proibita per favorire un radicamento profondo. Il cambiamento climatico infatti si fa già sentire e tutto si giocherà probabilmente nel prossimo decennio.

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